Il calcio italiano al limbo: basta di pattumiera!
Il silenzio è assordante. Non un sussurro di cambiamento, solo l’eco di un’ennesima umiliazione. La Bosnia ha certificato non solo un fallimento sportivo, ma la fine di un’era di immobilismo che ha paralizzato il calcio italiano per troppo tempo. Basta con questa gestione da triage in ospedale da campo minato.
La malattia cronica: mancanza di coraggio
Non è una novità che il calcio italiano soffra di una patologia ben nota: la paura di cambiare. Gravina, se volesse davvero lasciare un segno, dovrebbe rendersi conto che dimettersi potrebbe essere il primo passo verso una lucidità che fino ad ora è mancata. Un campo libero per il rinnovamento, certo, ma un rinnovamento che non può prescindere da un atto di coraggio.
Il sogno di una riforma profonda, sbandierato a parole dopo il disastro del 2018, si è dissolto come nebbia al sole. Promesse vuote, slogan ridondanti, e alla fine, una barzelletta amara che risuona ancora oggi. Il Covid, con le sue ferite profonde, non ha scosso a sufficienza le coscienze. Anzi, sembra che abbia contribuito a cristallizzare un sistema ormai sclerotizzato.
C’è responsabilità per tutti, dal vertice della Federcalcio fino alla Lega, passando per una politica che ha preferito voltare lo sguardo, incassando miliardi di euro mentre il calcio sprofondava nel baratro. L’entusiasmo per l’Europeo di Mancini e Vialli è svanito come un miraggio, lasciando spazio a un precipizio tecnico e gestionale.
La confusione tecnica è stata palpabile: da Mancini a Spalletti, da Spalletti a Gattuso, un susseguirsi di tentativi fallimentari che hanno eroso la credibilità della Nazionale. La Nazionale, non un semplice ammasso di talenti individuali, ma un simbolo di eccellenza, un modello da seguire, non è riuscita a esprimere un valore superiore alla somma delle sue parti.
Il commissario tecnico ha fatto quel che poteva, ma è difficile immaginare un risultato diverso in un contesto così avvelenato. L'inestricabile nodo Buffon-Bonucci, un esperimento che si è concluso con l'amaro sapore della sconfitta, è solo la punta dell'iceberg di un problema ben più ampio.

Gravina al bivio: un ultimo atto di responsabilità
Il futuro del calcio italiano dipende in gran parte dalla scelta di Gravina. Un passo indietro, un atto di umiltà, potrebbe aprire una nuova stagione, allontanando l’ombra del passato. Ma il vero atto di coraggio sarebbe quello di indicare un successore che non sia compromesso con le dinamiche del vecchio sistema, un uomo nuovo, capace di portare aria fresca e idee innovative.
Nessun Paese che ha vinto almeno un Mondiale è stato escluso per tre edizioni consecutive. Se non vogliamo dettare questo triste primato, se vogliamo davvero evitare il quarto schiaffo nel 2030, c’è bisogno di una scossa, di una rivoluzione. Finora, il calcio italiano ha solo tirato a campare, anzi, ha tirato a perdere. La partita è persa, ma c’è ancora una chance per recuperare il pallone e ripartire, con coraggio e determinazione. Il tempo delle scuse è finito. È tempo di agire.